VOCI DALLA NAJA
  

*CAMPO AUTUNNALE MOBILE OTTOBRE 1975*
ART. TIZIANO 18^ BTR

Verso la fine di agosto si stavano esaurendo i turni di licenza dopo il campo estivo e il gruppo Udine doveva essere operativo in vista del campo mobile autunnale. Alla fine di Luglio ci eravamo trasferiti dalla storica caserma Cantore di Tolmezzo , alla Goi  Pantanali di Gemona.
Nelle ultime passeggiate quadrupedi (marce di addestramento),il maresciallo alle salmerie decise di inserire il mulo Ovidio nella lista dei muli da someggiare il pezzo (obice 105/14) nei rispettivi 12 carichi. Fu con grande stupore e forte disappunto che i conducenti, ma anche i serventi  accolsero la notizia,perche Ovidio era lo spauracchio delle scuderie noto per le sue impennate alle abbeverate e le sue quotidiane scorribande
Dall’alto del suo metro e ottanta al “garrese”e dalla sua potente stazza,incuteva timore solo una sua scrollata di testa, figuriamoci il resto.   
Ormai le uscite  di addestramento  con i muli si  effettuavano   quasi  quotidianamente e pur con titubanza e molta  pazienza Ovidio  si prestò ad essere someggiato  e una volta caricato non c’era più nessun problema di tenuta tant’ era forte e resistente.   
A tre giorni dalla fine del campo era andato tutto bene. Eravamo scesi dall’altipiano del Montasio lungo la val Raccolana e ci accampammo sul greto del Fella nei pressi di Chiusaforte dove passammo la notte.  Approfittammo del centro abitato  per  goderci una sospirata libera uscita anche se stanchi dalle marce  dei giorni precedenti .Il  giorno prima avevamo tentato naturalmente senza muli di salire sulla cima dello  Jof di Montasio  senza riuscirci causa un improvviso temporale che ci prese proprio sulla cresta sommitale, appena sopra la scala Pipan.
Al mattino seguente sveglia alle 3, someggio alle 4.30,partenza alle 5, direzione val Resia con scavalcamento a stavoli Perachiaze.
E’ ancora buio pesto,tra i conducenti regna la confusione più assoluta ,bestemmie e imprecazioni ,alcuni avevano scambiato il basto,altri le musette e le pile erano quasi tutte scariche. Noi serventi in silenzio aspettavamo il nostro turno,eravamo consapevoli della pericolosità del someggio fatto al buio.
Significava girare le spalle al mulo indietreggiando con il carico di oltre cento chili sulle spalle fino a toccare il basto appoggiandovi sopra la punta del carico;a questo punto se il mulo rimane fermo gli altri serventi  completano l’operazione di someggio, se il mulo si muove si scarica il servente e si ricomincia da capo
Un’operazione di per sè pericolosa con condizioni normali di visibilità ,immaginiamoci al buio.
Con molta calma e pazienza i muli vengono someggiati  eccetto uno, si sentono le imprecazioni dei quattro serventi  addetti  al carico delle ruote dell’obice. Non c’era verso di caricare Ovidio, ogni qual volta loro si avvicinavano con le ruote il mulo si spostava.
Sono le 5 passate,il capitano viene di persona a verificare il motivo del ritardo nella partenza. La 17 è già in marcia, la 18 è in balia di Ovidio e noi tutti impotenti a guardarlo. Dopo l’ennesima prova, strappo istintivamente dalle mani del conducente il” filetto”del mulo e tiro, la bestia si impenna, rampa con le zampe anteriori  facendomi  sentire  l’aria degli zoccoli in faccia. Appena si abbassa accorcio la presa del filetto fino al” morso “.  Si impenna una seconda volta, rimango attaccato e mi solleva da terra di un metro e più. Appena metto piede a terra gli rifilo due calci sulla pancia a pieni ”vibram” con tutta la forza  che avevo.
Il capitano, il tenente  e  il maresciallo alle salmerie erano ammutoliti. Non sapevano se complimentarsi con me o mandarmi  a “Gaeta”. Forse non era il momento adatto per certe decisioni. Dopo tre minuti Ovidio era someggiato e il capitano gridò: 18 zaini in spallaaa…18 avantiii.. .                

Saluto mancato al comandante di Gruppo.

IL giorno seguente e penultimo giorno del campo mobile autunnale, la marcia prevedeva un doppio scavalcamento: prima la Forchia , brevissima discesa alla testata del Černi Potòk (Rionero)quindi forca Campidello con pernottamento nei pressi di borgo Pabrunello nell’alta val Venzonassa. Il  giorno dopo termine del campo con arrivo a Venzone e rientro in caserma a Gemona.
 Ci eravamo accampati la sera precedente a borgo Lìschiazze, a circa 5 km da San Giorgio di Resia, uno dei comuni  che prende il nome da questa valle amena tanto bella quanto sperduta, adagiata al cospetto del Canin  con i monti Sart , Le Babe , iMusi , il Lavara, il Plauris che le fanno da contorno. Una valle dalla parlata molto strana: nè Friulano nè Sloveno , forse un idioma Slavo antico, con nomi impronunciabili e incomprensibili. Queste piccole borgate cancellate quasi totalmente l’anno dopo da quella subdola e imprevedibile devastazione scatenata dalle viscere della terra : “La niot dal sis di maj “ (6 maggio 1976).
Sicuramente quello fu il giorno più lungo di tutta la naia , a metà della salita della Forchia ,stanco per il continuo scaricare e ricaricare i muli che si buttavano a terra esausti ,rifiatai  un attimo attaccandomi alla coda della Malva che aveva come carico i vomeri dell’obice. In prossimità di un tornantino stretto , la zampa posteriore destra le scivolò, lei perse l’equilibrio e precipitò nella scarpata sottostante,cercai di trattenerla per la coda ,ma dovetti mollare la presa per non rischiare di precipitare con lei.
Subito mi prese un senso di colpa , ed ero rassegnato assieme a dei commilitoni di scendere per constatarne la brutta fine. Ci calammo con difficoltà causa la conformazione del terreno con l’ufficiale veterinario. La mula aveva sangue su molte parti del corpo, gli occhi sbarrati e ansimava. D’istinto estrassi il coltello, le tagliai la cinghia del sottopancia cosi da scaricarle il peso del carico.
Il tenente veterinario le mise la mano sul collo probabilmente per sentire il battito, controllò le zampe che non avessero fratture e poi si rivolse a mè tranquillizzandomi: I muli hanno la pelle dura!
L’aiutammo  a rialzarsi ,la mula era ancora integra, tremava tutta dallo spavento ,piano piano si riportò sul sentiero  e noi a spalle riportammo su i vomeri e li caricammo sul mulo di riserva.
Erano le quattro del pomeriggio quando passammo a forca Campidello ,ad attenderci c’era il colonnello comandante di Gruppo. Un commilitone abbozzò  un “attenti a destra “,ma sinceramente non c’era da parte nostra nè la forza nè la voglia di rispondere a questo “invito”.
Comodi… comodi… riposo… riposo …
Un’ora di discesa verso borgo Pabrunello passando per casera Ungarina.
L’indomani (  dopo le ultime tre ore di marcia per arrivare a Venzone ),ci avrebbero aspettato  i “ciemme” per  caricare muli, obici e artiglieri e cosi fare ritorno in caserma a Gemona.

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